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" SULLA CURA DELLA CASA COMUNE "

Ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e ci sorprenderemo a fare l’impossibile.

 

Ciò che noi chiamiamo terra è un elemento della natura inestricabilmente intrecciato con le istituzioni dell’uomo. Isolarlo e farne un mercato è stato forse la meno naturale di tutte le imprese dell’uomo. La funzione economica è solo una tra le molte funzioni vitali della terra e in quanto tale non dovrebbe in alcun modo porre l’uomo o la natura in una posizione di subordinazione rispetto ai meccanismi di mercato.

Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità della vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso.

La lettera enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco, con un linguaggio comprensibile a tutti, che chiede solo di essere ascoltato e meditato, irrompe con freschezza nel dibattito culturale mondiale, affinché la sfida urgente di proteggere la casa comune, non si limiti a riti di circostanza, dichiarazioni solenni o leggi ben fatte, ma incide decisamente e concretamente nel ripensare, modello di sviluppo, metodi di produzione, stile di vita di ogni persona. Il modello dominante caratterizzato dalla massimizzazione del profitto, che concentra il potere nella finanza asservita dagli innumerevoli progressi della tecnologia, crea una cultura del tutto e subito, dell’usa e getta, dello scarto, dell’uniformità, spinge la persona a guardare la natura e anche gli altri esseri umani come mero oggetto.

L’antropocentrismo deviato, come lo chiama il Papa, dà luogo ad uno stile di vita deviato. Quando l’essere umano pone se stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti e tutto il resto diventa relativo. Questa è la logica che provoca al tempo stesso degrado ambientale e degrado sociale.

L’enciclica si pone da una prospettiva molto chiara: partendo dalle parole di Francesco d’Assisi, ricorda che la nostra casa comune è anche nostra sorella, con la quale condividiamo l’esistenza. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La sfida che abbiamo di fronte riguarda tutti e ci tocca tutti. Dimentichiamo che noi stessi siamo terra, che il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta. Per questo è opportuno un dialogo a tutto campo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro. Scienziati, filosofi, teologi, economisti, finanzieri, industriali, organizzazioni della società civile, devono dialogare per costruire una nuova solidarietà universale.

Nello stile della dottrina sociale, papa Francesco nel capitolo 2 dell’enciclica raccoglie le riflessioni di innumerevoli scienziati, filosofi, organizzazioni sociali che descrivono lo stato di salute della “casa comune”: inquinamento e cambiamenti climatici, la questione dell’acqua, la perdita della biodiversità.

Il papa coniuga il degrado ambientale al degrado sociale e alla qualità della vita umana.

La smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche dal caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti recentemente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e materiali, privati di contatto fisico con la natura.

Se nel capitolo 3, papa Francesco esplicita quale sia a suo giudizio la “radice umana della crisi ecologica”, nel capitolo 4, afferma con originalità la necessità di una “ecologia integrale” che tenga insieme ambiente, economia e sociale.

 “Le conoscenze frammentarie e isolate possono diventare una forma di ignoranza se fanno resistenza ad integrarsi in una visione più ampia della realtà”.

“Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”.

Papa Francesco parla anche di ecologia culturale e di ecologia della vita quotidiana. “Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale”.

Per uno come me e spero anche per il lettore di questo articolo, frasi come questa suonano come una benedizione ed un innegabile incoraggiamento a proseguire in quel cammino iniziato come esploratori che oggi viene indicato, da una fonte così autorevole, come il progetto per il futuro. “Gli ambienti in cui viviamo influiscono sul nostro modo di vivere la vita, di sentire e di agire”.

Proprio la politica ancora fatica a cogliere l’importanza cruciale del tema, non riesce a comprendere come l’ambiente (inteso nel senso più ricco del termine, cioè quale ecosistema naturale-umano) e la sua cura non devono essere una prerogativa di ONG, movimenti extraparlamentari, o di semplice cittadinanza attiva, ma siano invece un suo dovere e una sua responsabilità.

“Data l’interazione fra gli spazi urbani e il comportamento umano, coloro che progettano edifici, quartieri, spazi pubblici e città, hanno bisogno del contributo di diverse discipline che permettano di comprendere i processi, il simbolismo e i comportamenti delle persone. Non basta la ricerca della bellezza del progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco”. Non sappiamo se papa Francesco conosce questa rivista, sono comunque di buon auspicio i passaggi dell’enciclica in cui mi auguro un lettore di “Casa Premium” ritrova la sua identità.

Dopo quanto detto, per concludere, non vi sono forse parole migliori che queste di San Francesco: “cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

 

Marco Turchetti

info@progettaresostenibile.com

 

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RITORNO AL FUTURO

La nuova età del legno: ecologico, resistente e con la tecnologia palazzi fino a nove piani.

 

Prima ancora che i primi ominidi cominciassero il loro percorso di civilizzazione, stavano a contatto con il legno. Boschi, acque, montagne e praterie furono gli elementi dove mossero i primi passi e che, accompagnarono la loro lenta evoluzione.

Il legno è stato sicuramente il primo elemento utilizzato per creare strumenti, partendo dalla clava. Poi scoprì il fuoco.

Dapprima accidentalmente, sta di fatto che i nostri antenati iniziarono a bruciare legna e a controllare il fuoco. Per scaldarsi, e più tardi per arrostire selvaggina o danzarci attorno.

Fuori dai ripari naturali, sempre col legno, costruirono capanne per ripararsi. Non da ultimo, scoprirono che i tronchi galleggiavano facilmente.

Allora costruirono canoe. In seguito edificò palafitte, scale, spostò pesi tramite rulli di tronchi, scoprendo in quel modo la ruota. E via via di tale passo fino a costruire navi e quant’altro. Fin dai primordi, quindi,  l’uomo ha guardato in faccia il legno. È stato così a contatto, e ne ha avuto talmente bisogno da farlo diventare parte di se stesso.

L’umanità non dovrebbe mai allontanarsi dal bosco perché altrimenti s’allontana da se stessa. Se non lo ha vicino dovrebbe almeno pensarlo.

Ecco perché va ammirata la scelta coraggiosa e intelligente di chi oggi decide di costruirsi una casa di legno. Sono persone da invidiare.

Le case in legno oggi, oltre che splendide, possono essere edificate secondo le più moderne e innovative soluzioni di bioedilizia. Niente vernici a intossicare o veleni ad ammalare chi vi abita. Nemmeno vernici anti fuoco.

Un tronco tagliato il primo marzo diventa ignifugo, non brucia. Le case di legno sono sane, asciutte e, se fatte a regola, assorbono i terremoti più della pietra. Entrare in una casa di legno rilassa, fa rallentare i battiti del cuore. È stato provato.

Tanti però spesso obiettano, che per costruire case in legno è necessario abbattere numerosi alberi, a ciò si risponde facilmente che in Italia la foresta sta invadendo tutto, persino orti e giardini. Se non si coltiva, si sfoltisce, il bosco muore, rimpicciolisce, soffoca. Ci sono boschi da innalzare paesi interi senza minimamente danneggiarli.

Dopo vent’anni, si possono tagliare di nuovo perché ricrescono veloci. Ma, per ottenere risultati buoni, occorre tagliare le piante maggiori, dando spazio e aria a quelle piccole in modo che possano svilupparsi, crescere, andare su, verso il cielo. Chi sceglie di costruire in legno non fa un danno alla natura, la aiuta. Speriamo vengano imitati da molti, e che, il legno torni a riprendersi il posto che merita limitando quanto più possibile il cemento. I boschi sono la nostra vita, gli alberi i nostri compagni di viaggio. Scrisse Cioran: «Camminare in un bosco, tra alberi illuminati dall’autunno: questo sì che è un trionfo. Che cosa sono a paragone le odi e le ovazioni?» Ecco, vediamo allora in futuro di portarci un po’ di bosco in casa.

Nessun materiale da costruzione è più adatto del legno a soddisfare le nuove esigenze di uno sviluppo sostenibile. Grazie alle sue eccellenti caratteristiche statiche e fisico-tecniche, il legno permette molteplici possibilità di utilizzo, riuscendo a unire durata, tecnica ed estetica.

In tempi in cui i limiti del nostro modello di crescita sono sempre più percettibili, inizia la ricerca di un cambiamento di paradigma che si fondi su un uso intelligente dell’energia e delle risorse. “Costruire con la natura - Costruire nella cultura (locale)” è il nuovo imperativo. E l’uso del legno ne è la logica conseguenza.

Il materiale legno è il tesoro riscoperto del ventunesimo secolo.

In quest’ottica, le case in legno, possono essere edifici ad alta prestazione energetica, con un fabbisogno energetico ridottissimo. Inoltre permettono un netto accorciamento delle filiere, usando materiali del posto e collaborando con aziende e artigiani locali. Limitando fortemente i trasporti, si evitano sprechi energetici e le conseguenti emissioni di CO2.

Per ottenere un buon edificio con ottime prestazioni energetiche, è necessaria una progettazione attenta e scrupolosa, per cui è fondamentale migliorare lo scambio di conoscenze tecniche e capacità professionali fra gli operatori del settore edilizio, a tutti livelli: dai progettisti e costruttori agli installatori.

Perché aspettare altri anni? Oggi il problema principale non è la mancanza di conoscenze o norme, quanto piuttosto l’applicazione pratica delle nuove tecnologie e dei nuovi sistemi.

L’energia sarà fra le priorità dei prossimi anni: la transizione verso una radicale decarbonizzazione è già avviata e ci si rende conto che la realizzazione di abitazioni a risparmio energetico è estremamente conveniente sul lungo periodo.

Chi sceglie di vivere in un “edificio ecosostenibile”, non solo avrà un chiaro vantaggio economico in termini di costi di mantenimento, ma dimostrerà anche di essere una persona responsabile e consapevole delle gravi problematiche ambientali causate da anni e anni di incontrollate emissioni di CO2.

L’impegno alla ricerca di un numero sempre maggiore di aziende del settore e l’utilizzo di questo materiale da parte di architetti di successo (da Thomas Herzog a Tadao Ando) sta “rilanciando” definitivamente questo materiale: i nuovi sistemi costruttivi in legno massiccio permettono nuove possibilità formali e linguistiche, con architetture raffinate nei dettagli, con impiego di materiali diversi, e con una attenzione particolare ai consumi energetici e all’ecosostenibilità.

In particolare una crescente sensibilizzazione nei confronti delle tematiche energetiche ha sviluppato una nuova concezione del progettare e le scelte architettoniche sono più legate all’uso di risorse rinnovabili piuttosto che a scelte estetiche ed il materiale legno ritorna come innovazione tecnologica della tradizione costruttiva.

Vanno congiuntamente lo sviluppo tecnologico ed il controllo di qualità: le strutture preassemblate in stabilimento assicurano l’affidabilità del sistema e la qualità dei componenti, le lavorazioni in cantiere sono ridotte al minimo, le macchine a controllo numerico permettono lavorazioni complesse e accurate, la perfezione delle connessioni, la realizzazione di manufatti un tempo tecnicamente impensabili od estremamente costosi.

L’industria ha risolto molti aspetti che costituivano un limite per l’applicazione di questo materiale nel campo delle costruzioni, come il comportamento al fuoco e le problematiche connesse alla durabilità e alla manutenzione.

Altri aspetti, come quelli sismici sono a loro volta particolarmente vantaggiosi poiché la leggerezza del materiale limita gli effetti delle sollecitazioni indotte dal sisma e i particolari giunti riescono a dissipare grandi quantità di energia dinamica senza che l’edificio ne risenta.

Quindi, ostruire un edificio in legno conviene. È un materiale naturale sano e resistente, da sempre utilizzato nell’edilizia.

Riassumendo dunque, rispetto ad una costruzione tradizionale in muratura un edificio con struttura portante in legno offre notevoli vantaggi in termini di:

·         Ecologia

·         estetica e comfort abitativo

·         struttura leggera, flessibile e facilmente lavorabile

·         accorciamento dei tempi di costruzione e versatilità di impiego

·         qualità costruttiva (progettazione, tecnologia, materiali, competenza)

·         salubrità degli ambienti interni

·         resistenza al fuoco e al sisma

·         efficienza energetica

·         elevato rapporto qualità/prezzo

 

 

Marco Turchetti

info@progettaresostenibile.com

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RIQUALIFICAZIONE DEI CAPANNI

Grande progetto di valorizzazione del territorio e del paesaggio:

 

Il dibattito sui capanni ormai da tempo immemore tiene banco sulla stampa locale, ormai quasi quotidianamente si trovano interviste, articoli, scontri e confronti su questo tema per i ravennati così importante.

In effetti la loro grande diffusione, la passione e la tenacia nel difenderli dei ravennati dimostrano che i capanni sono una parte integrante della tradizione ed una espressione della cultura locale a cui non si può e non si deve rinunciare.

Il capanno da pesca è stato nel tempo la risposta della gente di valle e di mare ad una necessità naturale di ripararsi, di avere un luogo deputato alla protezione ed allo sviluppo delle attività che consentono di vivere: la pesca e la caccia, prima ancora della raccolta e dell’allevamento. A fronte di una necessità così ancestrale, risulta impossibile determinare quando siano natie come si siano evoluti i primi capanni nella zona.

Così, è forse il loro “esistere da sempre” il loro far parte del paesaggio che li ha finora resi trasparenti agli occhi degli studiosi.

Negli ultimi tempi ci si è tuttavia resi conto che i capanni sono una forma storica di fondamentale importanza per il territorio delle zone umide e dei litorali della Romagna.

Se ci soffermiamo sulla lenta evoluzione ed i diversi stadi di sviluppo dei capanni da pesca nelle nostre zone, ci si rende conto che, dietro a queste strutture, si nasconde la traccia vivente delle origini della civiltà del nostro territorio e la storia dell’evoluzione delle forme abitative nelle zone costiere, fluviali e di valle.

L’evoluzione dei capanni, è anche l’espressione dell’indole delle genti di questi luoghi, dei conflitti sociali ed economici che ne hanno caratterizzato i tempi: la contrapposizione tra i possidenti terrieri e gli abitanti del territorio che reclamano gli usi civici, braccianti e pescatori, rivoluzionari e reazionari, uomini di destra e di sinistra, ambientalisti e ricreativi.

L’evoluzione dei capanni da pesca è anche legata indissolubilmente alla cultura e alla tradizione dell’uso dei prodotti locali ed in particolare dei prodotti della valle, che sviluppò nelle popolazioni abilità e capacità di costruire rifugi con canne, giunchi ed altre erbe palustri.

L’uso di queste erbe nel territorio di valle, documentato anche nel Museo della Civiltà Palustre di Villanova di Bagnacavallo, e l’esistenza dei “capannari”, abili artigiani dediti a confezionare strutture in canna per la costruzione di ripari e capanni, testimoniano una tradizione che, pur ridimensionatasi con il decremento dei canneti a seguito delle bonifiche, è stata viva fino all’ultimo dopoguerra ma che si è persa quasi del tutto con l’avvento delle nuove tecnologie e l’utilizzo di materiali differenti.

L’attività principale svolta nel capanno, ovvero la pesca si prestava ad attività svolte anche da una singola persona non troppo esperta e in maniera non regolare. Si può dire che la pesca con il bilancione fosse quindi integrativa di altre attività economiche, in quanto tecnica non particolarmente produttiva.

A partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, il capanno da pesca è diventato sempre più un luogo di svago, piuttosto che di necessità, seguendo l’evoluzione degli usi e dello stile di vita del Novecento in piena crescita economica, con un periodo di particolare fioritura negli anni Settanta.

verso la fine degli anni Settanta l’attenzione si è spostata sull’impatto ambientale di questi manufatti sulla fauna ittica, sull’ecosistema e sulla gestione idraulica degli invasi.

In un sistema basato su un forte senso di libertà, di individualismo e di autoregolamentazione sociale e su un’anarchia costruttiva legata alla spontaneità creativa dei capannisti ed al riciclo dei materiali, i cambiamenti e le restrizioni imposte sono stati vissuti con vivaci contrapposizioni che però hanno aiutato e aiuteranno a trasformare questi luoghi in ambienti sempre più confortevoli ed in armonia con l’ecosistema circostante, aperti alle famiglie dei paesi vicini ma anche a quelle di città più lontane.

Osservando la situazione attuale, l’ottimismo sembra essere all’orizzonte. I capanni da pesca offrono soprattutto un’occasione di svago alle persone. Le generazioni comunque si avvicendano: i giovani di ieri che accompagnavano i padri e gli zii sono i capannisti di oggi. Questi luoghi vengono frequentati per immergersi nella natura da soli o in compagnia, lontani dallo stress e dalle convenzioni della vita cittadina.

Il padellone sembra aver superato la fase di oblio e di incertezza, le strutture si stanno riqualificando sotto la spinta della regolamentazione. I capanni si accingono a diventare sempre di più un luogo di svago, di escursione e di socialità. Il capanno da pesca rimane pur sempre, come alle sue origini, un rifugio ma non più per ripararsi dalle intemperie o per sottrarsi alle persecuzioni o per nascondersi entrando in clandestinità; ora prevale il desiderio di passare alcune ore nella natura, in semplicità, respirando la tradizione della cultura locale ed ancestrale.

Dalla determinazione di alcuni capannisti nel continuare a costruire manualmente ogni anno inverosimili edifici temporanei con le reti sospese sull’acqua, a dispetto della forza della natura che continua a danneggiarli e delle dei vari Enti preposti che continuano a pretendere rispetto delle regole, si capisce che il fenomeno costituito dai capanni da pesca è destinato a rimanere ancorato nella nostra cultura, anche se deve giustamente essere definitivamente regolamentato per garantire il rispetto dell’ambiente civile e naturale, visto che per gli stessi capannisti questo è uno dei valori più importanti.

Il capanno del futuro, non solo è stato riconosciuto come simbolo iconografico del paesaggio costiero e lagunare del nostro territorio, ma è anche entrato a far parte di studi architettonici poiché ha costituito uno stimolo per la creazione di luoghi del transitorio e del temporaneo, nuovi ed antichi allo stesso tempo.

Le opportunità che si prefigurano per questi luoghi sono molteplici ma due linee principali di sviluppo sembrano chiaramente emergere: la valorizzazione della vocazione turistica, ricreativa ed escursionistica dei capanni da pesca e l’integrazione del capannista nei processi di monitoraggio dell’ecosistema acquatico e fluviale a supporto di una gestione sostenibile delle aree umide del territorio.

Si è partiti da semplici capanne in canna palustre, poi si è passati a strutture in legno e falasco che sono state costruite fino alla prima metà del secolo scorso. Nel dopoguerra si sono diffuse le strutture miste, i prefabbricati in metallo e cemento ed infine sono state costruite strutture completamente in muratura. Negli ultimi dieci anni vi è stato finalmente un ritorno ai materiali di origine naturale, espressione dell’attenzione agli aspetti di sostenibilità e di minimizzazione dell’impatto sull’ambiente e sul paesaggio. Le strutture più recenti sono, infatti, generalmente di legno. Bisogna fare attenzione che l’imposizione di tipologie o abachi di materiali troppo rigidi non comporti una perdita di originalità, in modo che rimanga alta l’attenzione dei proprietari che continuano a personalizzarle e ad arricchirle.

Questa evoluzione, viva e visibile a cielo aperto, costituisce una sorta di percorso museale della tradizione abitativa delle nostre zone umide, un potenziale eco-museo che ora si affaccia al terzo millennio raccogliendone le sfide e assecondandone le tendenze.

Difficile sarebbe immaginare il nostro paesaggi, dei fiumi, delle valli e finanche dei moli senza la presenza dei capanni (padelloni), quasi impossibile sarebbe pensare e immaginare che questi ambienti sarebbero più belli senza di loro, come pensare che Ravenna fosse più bella senza il Candiano.

L’ambiente, specialmente quello d’acqua è così perché oltre duemila anni di profonda antropizzazione lo hanno plasmato e, se è vero che ha un valore, dobbiamo trovare il modo di mantenerlo non curandone solo la tutela ma al contrario continuando a coltivarlo come fosse l’orto di casa.

Il nuovo regolamento dei Capanni messo in pista recentemente dal Comune di Ravenna, rappresenta una grandissima opportunità per tutti, in particolare per i capannisti che hanno finalmente la possibilità e l’occasione da non perdere di rendere la presenza dei capanni non un elemento tollerato ma non accettato, ma finalmente di veder riconosciuto il proprio diritto di esistere e la propria utilità economica sociale e ambientale.

Sono personalmente convinto che fra qualche anno, quando la riqualificazione delle strutture sarà ben avviata e saranno visibili i risultati ottenuti, i capannisti saranno i primi ad essere orgogliosi dei risultati ottenuti e della qualità dell’ambiente e del paesaggio che ne deriverà.

È assolutamente necessario compiere il salto culturale che viene richiesto per l’applicazione del programma di riqualificazione dei capanni avviato dal nuovo “regolamento Comunale”, poiché tutto ciò sarà in grado di innescare un processo virtuoso in cui la bellezza, la tradizione e la storia delle nostre valli diventi finalmente un bene comune a beneficio di tutti.

 

Marco Turchetti

info@progettaresostenibile.com

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