Matita

RIQUALIFICAZIONE DEI CAPANNI

10/11/2015

Grande progetto di valorizzazione del territorio e del paesaggio:

 

Il dibattito sui capanni ormai da tempo immemore tiene banco sulla stampa locale, ormai quasi quotidianamente si trovano interviste, articoli, scontri e confronti su questo tema per i ravennati così importante.

In effetti la loro grande diffusione, la passione e la tenacia nel difenderli dei ravennati dimostrano che i capanni sono una parte integrante della tradizione ed una espressione della cultura locale a cui non si può e non si deve rinunciare.

Il capanno da pesca è stato nel tempo la risposta della gente di valle e di mare ad una necessità naturale di ripararsi, di avere un luogo deputato alla protezione ed allo sviluppo delle attività che consentono di vivere: la pesca e la caccia, prima ancora della raccolta e dell’allevamento. A fronte di una necessità così ancestrale, risulta impossibile determinare quando siano natie come si siano evoluti i primi capanni nella zona.

Così, è forse il loro “esistere da sempre” il loro far parte del paesaggio che li ha finora resi trasparenti agli occhi degli studiosi.

Negli ultimi tempi ci si è tuttavia resi conto che i capanni sono una forma storica di fondamentale importanza per il territorio delle zone umide e dei litorali della Romagna.

Se ci soffermiamo sulla lenta evoluzione ed i diversi stadi di sviluppo dei capanni da pesca nelle nostre zone, ci si rende conto che, dietro a queste strutture, si nasconde la traccia vivente delle origini della civiltà del nostro territorio e la storia dell’evoluzione delle forme abitative nelle zone costiere, fluviali e di valle.

L’evoluzione dei capanni, è anche l’espressione dell’indole delle genti di questi luoghi, dei conflitti sociali ed economici che ne hanno caratterizzato i tempi: la contrapposizione tra i possidenti terrieri e gli abitanti del territorio che reclamano gli usi civici, braccianti e pescatori, rivoluzionari e reazionari, uomini di destra e di sinistra, ambientalisti e ricreativi.

L’evoluzione dei capanni da pesca è anche legata indissolubilmente alla cultura e alla tradizione dell’uso dei prodotti locali ed in particolare dei prodotti della valle, che sviluppò nelle popolazioni abilità e capacità di costruire rifugi con canne, giunchi ed altre erbe palustri.

L’uso di queste erbe nel territorio di valle, documentato anche nel Museo della Civiltà Palustre di Villanova di Bagnacavallo, e l’esistenza dei “capannari”, abili artigiani dediti a confezionare strutture in canna per la costruzione di ripari e capanni, testimoniano una tradizione che, pur ridimensionatasi con il decremento dei canneti a seguito delle bonifiche, è stata viva fino all’ultimo dopoguerra ma che si è persa quasi del tutto con l’avvento delle nuove tecnologie e l’utilizzo di materiali differenti.

L’attività principale svolta nel capanno, ovvero la pesca si prestava ad attività svolte anche da una singola persona non troppo esperta e in maniera non regolare. Si può dire che la pesca con il bilancione fosse quindi integrativa di altre attività economiche, in quanto tecnica non particolarmente produttiva.

A partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, il capanno da pesca è diventato sempre più un luogo di svago, piuttosto che di necessità, seguendo l’evoluzione degli usi e dello stile di vita del Novecento in piena crescita economica, con un periodo di particolare fioritura negli anni Settanta.

verso la fine degli anni Settanta l’attenzione si è spostata sull’impatto ambientale di questi manufatti sulla fauna ittica, sull’ecosistema e sulla gestione idraulica degli invasi.

In un sistema basato su un forte senso di libertà, di individualismo e di autoregolamentazione sociale e su un’anarchia costruttiva legata alla spontaneità creativa dei capannisti ed al riciclo dei materiali, i cambiamenti e le restrizioni imposte sono stati vissuti con vivaci contrapposizioni che però hanno aiutato e aiuteranno a trasformare questi luoghi in ambienti sempre più confortevoli ed in armonia con l’ecosistema circostante, aperti alle famiglie dei paesi vicini ma anche a quelle di città più lontane.

Osservando la situazione attuale, l’ottimismo sembra essere all’orizzonte. I capanni da pesca offrono soprattutto un’occasione di svago alle persone. Le generazioni comunque si avvicendano: i giovani di ieri che accompagnavano i padri e gli zii sono i capannisti di oggi. Questi luoghi vengono frequentati per immergersi nella natura da soli o in compagnia, lontani dallo stress e dalle convenzioni della vita cittadina.

Il padellone sembra aver superato la fase di oblio e di incertezza, le strutture si stanno riqualificando sotto la spinta della regolamentazione. I capanni si accingono a diventare sempre di più un luogo di svago, di escursione e di socialità. Il capanno da pesca rimane pur sempre, come alle sue origini, un rifugio ma non più per ripararsi dalle intemperie o per sottrarsi alle persecuzioni o per nascondersi entrando in clandestinità; ora prevale il desiderio di passare alcune ore nella natura, in semplicità, respirando la tradizione della cultura locale ed ancestrale.

Dalla determinazione di alcuni capannisti nel continuare a costruire manualmente ogni anno inverosimili edifici temporanei con le reti sospese sull’acqua, a dispetto della forza della natura che continua a danneggiarli e delle dei vari Enti preposti che continuano a pretendere rispetto delle regole, si capisce che il fenomeno costituito dai capanni da pesca è destinato a rimanere ancorato nella nostra cultura, anche se deve giustamente essere definitivamente regolamentato per garantire il rispetto dell’ambiente civile e naturale, visto che per gli stessi capannisti questo è uno dei valori più importanti.

Il capanno del futuro, non solo è stato riconosciuto come simbolo iconografico del paesaggio costiero e lagunare del nostro territorio, ma è anche entrato a far parte di studi architettonici poiché ha costituito uno stimolo per la creazione di luoghi del transitorio e del temporaneo, nuovi ed antichi allo stesso tempo.

Le opportunità che si prefigurano per questi luoghi sono molteplici ma due linee principali di sviluppo sembrano chiaramente emergere: la valorizzazione della vocazione turistica, ricreativa ed escursionistica dei capanni da pesca e l’integrazione del capannista nei processi di monitoraggio dell’ecosistema acquatico e fluviale a supporto di una gestione sostenibile delle aree umide del territorio.

Si è partiti da semplici capanne in canna palustre, poi si è passati a strutture in legno e falasco che sono state costruite fino alla prima metà del secolo scorso. Nel dopoguerra si sono diffuse le strutture miste, i prefabbricati in metallo e cemento ed infine sono state costruite strutture completamente in muratura. Negli ultimi dieci anni vi è stato finalmente un ritorno ai materiali di origine naturale, espressione dell’attenzione agli aspetti di sostenibilità e di minimizzazione dell’impatto sull’ambiente e sul paesaggio. Le strutture più recenti sono, infatti, generalmente di legno. Bisogna fare attenzione che l’imposizione di tipologie o abachi di materiali troppo rigidi non comporti una perdita di originalità, in modo che rimanga alta l’attenzione dei proprietari che continuano a personalizzarle e ad arricchirle.

Questa evoluzione, viva e visibile a cielo aperto, costituisce una sorta di percorso museale della tradizione abitativa delle nostre zone umide, un potenziale eco-museo che ora si affaccia al terzo millennio raccogliendone le sfide e assecondandone le tendenze.

Difficile sarebbe immaginare il nostro paesaggi, dei fiumi, delle valli e finanche dei moli senza la presenza dei capanni (padelloni), quasi impossibile sarebbe pensare e immaginare che questi ambienti sarebbero più belli senza di loro, come pensare che Ravenna fosse più bella senza il Candiano.

L’ambiente, specialmente quello d’acqua è così perché oltre duemila anni di profonda antropizzazione lo hanno plasmato e, se è vero che ha un valore, dobbiamo trovare il modo di mantenerlo non curandone solo la tutela ma al contrario continuando a coltivarlo come fosse l’orto di casa.

Il nuovo regolamento dei Capanni messo in pista recentemente dal Comune di Ravenna, rappresenta una grandissima opportunità per tutti, in particolare per i capannisti che hanno finalmente la possibilità e l’occasione da non perdere di rendere la presenza dei capanni non un elemento tollerato ma non accettato, ma finalmente di veder riconosciuto il proprio diritto di esistere e la propria utilità economica sociale e ambientale.

Sono personalmente convinto che fra qualche anno, quando la riqualificazione delle strutture sarà ben avviata e saranno visibili i risultati ottenuti, i capannisti saranno i primi ad essere orgogliosi dei risultati ottenuti e della qualità dell’ambiente e del paesaggio che ne deriverà.

È assolutamente necessario compiere il salto culturale che viene richiesto per l’applicazione del programma di riqualificazione dei capanni avviato dal nuovo “regolamento Comunale”, poiché tutto ciò sarà in grado di innescare un processo virtuoso in cui la bellezza, la tradizione e la storia delle nostre valli diventi finalmente un bene comune a beneficio di tutti.

 

Marco Turchetti

info@progettaresostenibile.com

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